“La parola ai democratici cristiani”

Primato della coscienza morale. – La ricostruzione dello Stato democratico. – Le Regioni. – L’organizzazione del lavoro e della professione. – La nuova economia sociale: giustizia sociale e diritto al lavoro. – Riforme nell’industria e nell’agricoltura. – Lealtà e responsabilità politiche. – Il nuovo ordine internazionale secondo giustizia. – Italia democratica e pacifica.

” Vorremmo invece  fosse una parola sincera di fede e di speranza nei nostri destini, una parola di fraternità che ci faccia solidali nella triste e nella buona ventura, una parola che ridesti e guidi tutte le energie della nostra volontà rinnovatrice.
Siamo giovani e anziani, o che si sono dati la mano per costruire un ponte fra due generazioni: la più giovane e la più anziana, sentono sempre viva ed operante in loro la tradizione di quel movimento di idee e di fatti, sorto alla fine del sec. XIX, che in Italia si chiamò prevalentemente democratico-cristiano (mentre altrove, specie nei paesi austriaci, si disse cristiano-sociale). E’ questa una tradizione che ad ogni svolta della storia si rinnova e si aggiorna, che tiene conto dell’esperienza sociale e cammina con essa, un’idea che si veste della realtà dinamica per dominarla, un fermento che attingendo alla perennità delle sue fonti, dà vita a nuove forme sociali, diventa il lievito di una nuova economia e germina profondi rivolgimenti politici.

La salvezza della patria esige che su questa base le sue generazioni fondino i loro sforzi ricostruttivi e la loro unione diventi il centro che` attragga il massimo numero di energie valide e sane, provenienti anche da altre correnti; e siano pur uomini che, nelle presenti angustie abbiano sentita per la prima volta la vocazione sociale. Dalla tendenza realistica di adeguare i propri sforzi alle esigenze dei tempi e alle necessità del popolo italiano, nascerà quel programma concreto di riforme che dovranno attuarsi nello Stato di domani. Ma già ora, perché la solidarietà di chi ci segue sia efficace e resista alle dure prove dell’avvenire, essa deve poggiare su alcuni punti fondamentali che s’ispirano ai nostri principi o sono conclusioni di un’esperienza sociale, economica e politica, ormai secolare. Essi, in termini generici, si possono formulare come segue.

Le riforme politiche, sociali ed economiche, le garanzie costituzionali, i controlli amministrativi, le stesse sanzioni penali restano inefficaci se non è viva ed operante la coscienza morale. Il carabiniere, il finanziere, il revisore, il giudice non bastano a frenare e sopprimere la corruzione. Bisogna che controllori e controllati, custodi e custoditi, governo e governati si sentano responsabili innanzi al supremo Creatore e Moderatore di tutte le cose. I conflitti sociali non si possono comporre senza il senso di fraternità che è fermento della civiltà cristiana; i patti internazionali sono carta straccia, se non hanno la salvaguardia della coscienza morale. La libertà politica d’un popolo soccombe se non è accompagnata dai freni di una vita morale, perché il governo, se tali freni non agiscono sarà indotto, per attuare le sue riforme ad una costrizione eccessiva, e perfino ad una dittatura ferrea e sanguinaria.

L’efficacia delle riforme statali è vincolata al miglioramento del costume. Per questo lo Stato democratico, il quale contro ogni intolleranza di razza e di religione, si fonda sul più riguardoso rispetto alla libertà delle coscienze, ha particolare interesse che le forze spirituali possano conservare e alimentare nel popolo la linfa vitale della civiltà cristiana, che la voce del romano Pontefice possa risuonare liberamente nel mondo e che la pace fra Stato e Chiesa, raggiunta e codificata nei trattati del Laterano costituisca una pietra basilare anche dell’Italia di domani.
E’ ormai convenuto che il problema istituzionale verrà deferito a una consultazione popolare, da indirsi dopo la guerra. Il popolo italiano attende che questo suo diritto di autodecisione sulla forma del regime non gli venga sottratto nè pregiudicato con unilaterali interventi.
Mentre la guerra dura, predomina su tutto la legge suprema dell’unità, ne per parte nostra intendiamo anticipare discussioni che potrebbero incrinarla.
Ma se non sulla forma, certo sulle essenziali caratteristiche del nuovo stato democratico l’impegno dei democratici cristiani dovrà essere fin d’ora chiaro e preciso.

La molteplice esperienza mondiale degli ultimi 150 anni ha portato alla conclusione che il metodo più adatto alle presenti condizioni della convivenza umana è il metodo della libertà; e il rispetto del metodo della libertà dovrà essere quindi il segno di riconoscimento e l’impegno d’onore di tutti gli uomini veramente liberi. Ne è anche risultato che il miglior sistema politico ci è dato da una democrazia rappresentativa fondata sull’uguaglianza dei diritti e dei doveri. Nè partito unico, nè cesarismo plebiscitario, ne monarchia reazionaria, nè repubblica dittatoriale, nè oligarchia dei ricchi, nè la dittatura dei proletari. Un unico esercito che dipende dal governo, e che non potrà essere mandato in guerra, senza il consenso del popolo. Una Camera eletta a suffragio universale, senza il consenso della quale nulla d’importante potrà essere deciso. Accanto alla Camera dei deputati si costituirà, in sostituzione del Senato, un’Assemblea rappresentativa degli interessi organizzati, prevalentemente eletta dalle rappresentanze del lavoro e della professione. Bisognerà cercare mezzi e modi per ottenere un governo forte e stabile e per salvaguardare la Costituzione da colpi di mano, che venissero dall’alto o dal basso.

Oltre la netta distinzione dei poteri, lo Stato democratico dovrà rispettare i diritti naturali dell’uomo e della famiglia e considerare le autonomie locali, sindacali, culturali ed economiche come lo spazio vitale del cittadino.
Per eliminare i pericoli dell’accentramento converrà costituire finalmente le Regioni quali enti autonomi, rappresentativi e amministrativi degli interessi professionali e locali e come mezzi normali di decentramento dell’attività statale.
Il corpo rappresentativo della Regione si fonderà prevalentemente sull’organizzazione professionale.
Dal libero sviluppo delle energie regionali e dalla collaborazione tra le rappresentanze elettive e gli organi statali risulterà rinsaldata la stessa unità nazionale. Nell’ambito dell’autonomia regionale troveranno adeguata soluzione i problemi specifici del Mezzogiorno e delle Isole.
Importantissima sarà la ricostruzione delle organizzazioni sindacali. Pensiamo che essa potrà avvenire secondo le seguenti linee: i lavoratori, come tutte le altre categorie, godranno piena libertà di riunione e di associazione. Tuttavia, per regolare i contratti collettivi e i conflitti di lavoro (arbitrato) e per rappresentare gli interessi della categoria in confronto dello Stato e degli Enti pubblici, saranno creati organismi professionali di diritto pubblico, comprendenti, per iscrizione d’ufficio, tutti gli appartenenti alla categoria (lavoratori, tecnici, imprenditori), i quali eleggeranno col sistema proporzionale i loro organi direttivi. Le rappresentanze regionali, nominate prevalentemente da tali organismi, eleggeranno infine i membri della seconda Assemblea nazionale (Senato). In questo sistema ai tecnici, elemento di mediazione, e di competenza, dovrà essere assicurata una influenza adeguata alla loro importanza e alla loro funzione. Così le
 forze del lavoro, riunite per gruppi d’interesse e professioni (agricoltura, industria, commercio, ecc.) a mezzo del suffragio economico integreranno il suffragio politico senza assorbirlo e diventeranno lo strumento propulsore della nuova economia.

La nuova economia si muove tra due poli: la libertà, diritto dell’uomo e la giustizia sociale, missione dello Stato. Ovunque la naturale tendenza a costituire la proprietà coi frutti del proprio lavoro, la libera iniziativa e la concorrenza tra le singole imprese esercitino una funzione utile al bene comune. lo Stato si limiterà a tutelare, promuovere, integrare.

E’ questa in Italia la vasta zona della piccola e media industria, del piccolo e medio commercio: è dunque il caso della maggioranza delle famiglie e delle aziende italiane. Qui lo Stato interviene a favorire e consolidare la piccola proprietà e la piccola azienda, con facilitazioni fiscali e giuridiche, col consentire consorzi e associazioni di capitali, col promuovere la cooperazione di consumo, di compravendita e di produzione, coll’organizzazione del piccolo credito; ma soprattutto col difendere questa zona libera contro le tendenze al monopolio della grande industria e le ambizioni imperialistiche della plutocrazia capitalistica.
Ed ecco il punto, ove libertà e giustizia sociale convergono allo stesso fine.

Dall’universale riconoscimento del diritto al lavoro, che in un celebrato messaggio al mondo della più alta autorità spirituale ebbe la sua massima sanzione, deriva che compito primario della politica economica deve essere quello di garantire a tutti la possibilità del lavoro, cioè un’occupazione remunerata sulla base del minimo di sussistenza.
Lavoro e occupazione per tutti deve essere la nostra parola d’ordine e la meta dello Stato, il quale per raggiungere tale ne dovrà fare appello a tutte le forze sociali e a tutte le risorse economiche.
Il minimo di sussistenza va inteso molto largo, tale cioè non solo da far fronte ai bisogni quotidiani del lavoratore, ma di permettergli anche di crearsi una proprietà personale (casa, orto familiare, risparmi trasmissibili), sì che scompaia il tipo del proletario, dell’operaio cioè, del contadino o dell’impiegato che altro non possiede se non le braccia e la prole. I mezzi proposti dagli esperti sono vari: alla base il giusto salario familiare, poi provvidenze per la casa e molteplice assistenza sociale contrattualmente garantita; più estesa adozione dei cottimi nei vari reparti e diretta partecipazione dei lavoratori e degli impiegati agli utili dell’impresa.

Più oltre va la tendenza all’azionariato operaio, cioè, per dirla in termine volgare e approssimativo, alla mezzadria industriale: il quale sistema trova specie in alcuni amici dell’alta Italia, salariati e imprenditori, degli apostoli convinti, mentre altri sono meno certi della sua efficacia o per lo meno dubitano della possibilità di applicarlo su vasta scala. Quale che possa essere la migliore soluzione tecnica nei diversi rami di produzione e nelle varie circostanze di tempo e di luogo, la partecipazione dei lavoratori all’impresa rimane una meta degna dei nostri sforzi più costanti, poiché si tratta di elevare i salariati all’autonomia e alla responsabilità di comproprietari.

Ma la giustizia sociale vuole anche l’eliminazione delle eccessive concentrazioni della ricchezza, le quali costituiscono un feudalismo finanziario, industriale e agrario che ostacola la diffusione della piccola proprietà privata e insidia lo sviluppo di un popolo libero.
Tale eliminazione, oltre che con leggi speciali sui sopraprofitti di guerra e sugli illeciti profitti di regime, dovrà raggiungersi:
a) mediante una severa politica fiscale che gravi in forma progressiva specie sui redditi non reinvestiti produttivamente e sui capitali non applicati al fatto produttivo. In generale, unificate le imposte e semplificato il sistema di accertamento, il criterio della progressività, coll’esenzione delle quote minime costituirà il pernio fondamentale del sistema tributario;
b) mediante una lineare politica economica che investa l’agricoltura, l’industria, il credito, il commercio e miri a sprigionare dalle categorie lavoratrici e dai ceti medi il massimo numero possibile di energie autonome e ricostruttive. Le riforme essenziali riguardano l’industria e l’agricoltura.

La politica economica:
1) promuoverà la massima diffusione della libera concorrenza in tutti i settori produttivi, nei quali per il carattere e la molteplicità delle imprese sia da presumere la tendenza dei prezzi a livellarsi sui costi;
2) controllerà fermamente tutte le coalizioni di imprese che tendono a regolare il mercato e le imprese singole che mirino a conquistare posizioni monopolistiche.

Tutta questa zona economica non può più essere considerata di esclusivo interesse privato, ma va regolata coi mezzi più elastici e adeguati che vanno dalla manovra doganale a quella del credito, dal controllo di nuovi impianti alla gestione mista. Nei casi più gravi da valutarsi singolarmente dal punto di vista tecnico-economico, si adotteranno forme di proprietà collettiva o mista; si passerà cioè alla socializzazione di determinate imprese a carattere prevalentemente e fatalmente monopolistico. A tale riguardo, esemplificando, si citano comunemente, oltre i servizi pubblici, l’industria elettrica, l’industria siderurgica e metallurgica, l’industria mineraria, i trasporti marittimi e aerei di linea, la grande industria chimica, qualche settore della grande industria meccanica e navale.
Questa politica economica sarà naturalmente unitaria nella sua impostazione, ma nella sua esecuzione dovrà essere largamente decentrata e contare sulla collaborazione degli organismi sindacali-professionali, altrove descritti.
E’ questa una zona di economia sociale che offre alla classe lavoratrice e impiegatizia larghe possibilità di graduale elevazione. Perciò si dovrà dare il massimo incremento all’istruzione tecnico-professionale per giovani operai e contadini, per specializzati e capo-tecnici; si favoriranno le scuole aziendali e interaziendali e le stesse organizzazioni professionali dovranno, con numerose borse di studio, rendere accessibile ai figli meritevoli di lavoratori, piccoli impiegati e contadini, la scuola media e in particolare la scuola specializzata. Una scuola superiore, atta alla formazione di tecnici dirigenti, preparerà i quadri più elevati della nuova economia. Le speranze della rinascita si fondano in prima linea su una classe libera e sana di contadini. Ogni sforzo deve essere fatto, ogni provvedimento deve essere preso per irrobustire la struttura e migliorarne la condizione.

In Italia i braccianti sono assolutamente troppi. Anche i proletari della terra devono scomparire e trasformarsi gradualmente in mezzadri e proprietari, ovvero, quando ragioni tecniche lo impongano, in associati alla gestione di imprese agricole a tipo industriale. Salvi i necessari riguardi alla produttività e alle esigenze della conduzione, bisognerà quindi promuovere il riscatto delle terre da parte dei contadini con una riforma terriera che limiti la proprietà fondiaria per consentire il rafforzamento della categoria dei piccoli proprietari. L’attuazione di tale riforma con i criteri più appropriati ai luoghi, alle condizioni e qualità dei terreni e agli assetti produttivi, sarà uno dei compiti fondamentali delle rappresentanze delle Regioni.
Sarà assicurato in ogni caso ai lavoratori agricoli il diritto di prelazione con facilitazioni fiscali e finanziarie per l’acquisto e la conduzione diretta dei fondi.
Nel complesso quadro delle riforme agrarie la colonizzazione del latifondo dovrà trovare finalmente la sua effettiva attuazione.

Uno studio a parte meriteranno le riforme da introdursi nelle Assicurazioni sociali che vanno decentrate e appoggiate all’organizzazione del lavoro, nelle banche e in alcuni Istituti parastatali che vanno indirizzati a realizzare una migliore distribuzione della ricchezza e ad impedirne il concentramento in poche mani.

Ma disgraziatamente il lavoro che si impone prima di ogni altro sarà domani non tanto quello di riformare e migliorare, quanto quello di rifare le stesse nostre basi di sussistenza e di mantenere e ravvivare la nostra compagine per condurre a buon fine la guerra.
Converrà difenderci contro il caos sociale e l’anarchia amministrativa, risolvere il problema monetario, premunirci contro la fame e la miseria, rifare le nostre scorte di viveri, di carbone, di carburante, di fertilizzante e delle più necessarie materie prime per rimettere in moto le industrie, rinnovare il nostro patrimonio zootecnico, e soprattutto ricostruire il sistema dei trasporti, ripristinare cioè le attrezzature portuali, le linee ferroviarie, i ponti e le strade, riparare gli impianti elettrici, le officine del gas, gli acquedotti, provvedere all’immenso materiale rotabile che è andato perduto. Di fronte a tali compiti elementari è naturale che il prossimo governo politico sarà un governo di guerra e di emergenza e che i partiti (fatalmente troppi) cerchino, per costituirlo, e sostenerlo, la comune risultante delle loro direttrici.

E’ pur ovvio in tanta comunanza di avverse vicende che, anche al di fuori delle necessità di governo, si accentuino gli avvicinamenti e le convergenze; ma vige sempre per tutti l’obbligo morale della probità verso sè stessi e il pubblico. Altro è mettersi d’accordo su determinati provvedimenti di socializzazione altro sarebbe con patti generici lasciar credere che il marxismo socialista non sia diviso dalla democrazia cristiana che da pregiudiziali, più o meno « in soffitta»; altro è camminare assieme per una prima ricostruzione democratica, altro sarebbe confondere la democrazia popolare colla dittatura di classe.
Il tempo cammina, e uomini e partiti si muovono e si evolvono con esso.

Auguriamoci che la spinta unitaria, impressa dalla dura prova, diventi una forza costante anche nell’ulteriore sviluppo dello stato democratico. Noi intanto, amici democratici cristiani, prepariamoci a dare alla Patria quel nostro particolare contributo che è caratterizzato dalle nostre origini e dalla tendenza costruttiva.
Lavoriamo in profondità, senza ambizioni particolaristiche, con alto senso del dovere, non curandoci delle accuse di essere troppo a destra o troppo a sinistra, secondo il linguaggio convenzionale della superata topografia parlamentare. In realtà ogni partito realizzatore sta al centro, fra l’ideale e il raggiungimento, fra l’autonomia personale e l’autorità dello Stato, fra i diritti della libertà e le esigenze della giustizia sociale.

E a proposito di lealtà e di chiarezza, è forse anche il caso di avvertire che per un partito esiste pure un problema di distinzioni e di limiti. Il partito è uno strumento organizzativo atto a fungere su di un solo settore nella nostra comunità nazionale, quello dello Stato. E come per noi democratici cristiani lo Stato é l’organizzazione politica della società, ma non tutta la società, così il partito è un organismo limitato che non ha da proporsi di fare o innovare in tutti i campi, perché è consapevole che altri organismi sociali agiscono nello stesso tempo e nello stesso spazio su diversi piani; al di fuori e al di sopra, come la società religiosa, cioè la Chiesa colle sue forze spirituali e organizzative (Azione Cattolica); al di sotto, come le società scientifiche-culturali e la società economiche colle loro autonomie e colle loro leggi.

Ecco perché, a differenza di chi nello Stato vede un mito che assomma, sostituisce e incentra tutte le fedi e tutte le forze sociali, noi non ci presentiamo come promotori integralisti di una palingenesi universa, ma come portatori di una propria responsabilità politica specifica ispirata sì al nostro programma ideale, ma determinata anche dall’ambiente di convivenza in cui esso deve venire attuato. Ed ecco anche perché, pur confessandoci debitori verso i principi di rinnovamento civile, insegnatici dalla scuola cattolico sociale e riaffermati con luminoso vigore nel messaggio pontificio al mondo nel Natale 1942, noi evitiamo dichiarazioni esibizioniste, che paiano metterci sullo stesso piano di recenti esperienze o proclami, sfruttatori del cattolicismo come strumento di governo, o possano darci l’aria di vantare o pretendere sul terreno delle attuazioni politiche la rappresentanza, ufficialmente delegata, di tutti i cattolici italiani.

Crediamo lecito pensare che la nostra condotta in tanti anni di vita pubblica o (parlando anche per i più giovani la nostra coscienza formata spiritualmente nelle associazioni cattoliche non lascino dubitare che anche nell’azione politica futura ci proponiamo di dare a Dio quel ch’è di Dio e a Cesare quel ch’è di Cesare.

Anche l’Italia, ponte fra l’Europa centrale e il Mediterraneo, ristabilite la sua indipendenza e integrità nazionale, ritroverà la sua grandezza nella sua funzione di equilibrio e di mediazione fra tre importanti correnti umane: il lavoro, per mezzo della sua insopprimibile emigrazione, che ha già fecondato i campi e le industrie d’America; la cultura, a mezzo della sua trimillenaria civiltà, per cui l’Italia rimane nella storia il terreno più fecondo del genere umano; la religione, perché trecento milioni di cattolici guardano da tutti i Paesi del mondo a Roma, città sacra e sede del Sommo Pontificato. Gli anglosassoni e gli italiani sono dunque alleati naturali di una pacifica ricostruzione del mondo. Ma già nel 1962 il più illustre interprete del nostro pensiero, esule a Londra (Don Sturzo, Italy e fascism), avvertiva che il metodo della libertà doveva essere applicato anche ai rapporti economici.
La politica della porta chiusa, del protezionismo doganale e del divieto d’immigrazione è un metodo di forza, non di libertà. La nuova politica inaugurata da Roosevelt alla vigilia della guerra e durante il suo corso ci fa sperare che il mondo anglosassone sia definitivamente guadagnato a questo indirizzo di solidarietà economica fra le nazioni ricche e le nazioni proletarie.

«Le esigenze di vita del popolo italiano – venne scritto nell’opuscolo sulle Idee ricostruttive – e la necessità di soddisfare con risorse naturali ai bisogni del suo eccedente potenziale di lavoro, richiedono che esso possa accedere alle materie prime a parità di condizioni con gli altri popoli, avere il suo posto nel popolamento e nella messa in valore dei territori coloniali, emigrare in dignitosa libertà e sviluppare senza arbitrari ostacoli i suoi traffici nel mondo ». Anche gli anglo-americani, innanzi ai monumenti della nostra civiltà, trimillenaria in Roma, sentiranno il vasto respiro di quest’Urbe, madre del diritto e maestra un tempo nel governare il mondo e quando calcheranno il suolo, percorso sì da tanti Cesari trionfatori, ma imbevuto anche del sangue di milioni di martiri che per difendere la libertà di coscienza negarono a Cesare quel che era di Dio; suolo talvolta profanato dal tallone di tanti despoti barbari, ma riconsacrato dai Pontefici Romani che scacciarono gli invasori e rintuzzarono le offese in nome della civiltà e della dignità umana, allora avranno la sensazione che nessun’altra città al mondo porta, come Roma, scolpite sul suo volto marmoreo le fiere lotte sostenute per l’universalità dello spirito umano, per il trionfo del diritto, per la difesa del debole contro l’oppresso, per l’eguaglianza morale e civile di tutti gli uomini e di tutte le nazioni.

E se, attraversando il ponte che nell’anno del Giubileo calcò Dante, sognatore della Monarchia universale, s’accosteranno al Vaticano, ricorderannoche fu da quel colle che durante questa guerra risuonò più angosciato il richiamo alla fratellanza e al comune destino del genere umano. Fu di lassù che Pio XII lanciò le sue proteste contro il totalitarismo neopagano e rivendicò contro gli imperialisti dello spazio vitale, lo spazio vitale della persona e della famiglia; fu di lassù che si fissarono i punti d’una pace giusta e in altri messaggi al mondo si segnarono i diritti e i doveri delle Nazioni e si indicarono i principe per ricostruire la Comunità internazionale.

Il popolo italiano, consapevole delle sue tradizioni, accoglieva religiosamente la voce del Capo della Cristianità, la sola che potesse osare, la sola che potesse rompere una barbara consegna di ncomprensione e di odio e invocava il giorno in cui, sia pure attraverso il sacrificio e il combattimento, potesse conquistarsi il diritto di collaborare con voi o fratelli di tutti i continenti, alla costituzione del nuovo « ordine internazionale secondo giustizia ».